18 Marzo 2025
Tutta
Colpa
di Marx
Dopo più di 150 anni, lo spettro di Marx aleggia ancora.
#marx
Durante la crisi del 2008, “Il Capitale” di Karl Marx registrava un incremento eccezionale di vendite.
Mentre il neoliberismo continuava a dirci che la crisi era tutta colpa di Stati spendaccioni che avevano sperperato i soldi pubblici, Marx veniva rievocato dagli Inferi per provare a dare una spiegazione reale al tracollo dell’economia globale.
Dopo il momento di crisi, le proteste non sono tardate ad arrivare: già nel 2010 sono esplosi intensi momenti di rabbia contro il sistema, incapaci però di cambiare concretamente il corso degli eventi. Gira che ti rigira, ad oggi la classe al potere è ancora saldamente ancorata al suo posto.
Nonostante tutto, però, lo spettro di Marx aleggia ancora, e continua a tormentare le vite parassitarie dell’1%.
Tutto ciò è strano però. Di cosa dovrebbero avere paura i ricchi? Dagli anni ‘80 in poi, sono stati in grado di costruire un apparato politico apparentemente inscalfibile, un’eccezionale ri-presa del dominio di classe assoluto nei confronti del 99%.
Poche altre epoche storiche hanno visto una classe così saldamente radicata al potere anche durante un periodo di crisi strutturale.
Quasi il 100% dell’aumento della produttività del lavoro degli ultimi decenni è finito nelle tasche dei ricchi, che di tutta risposta hanno preso a cannonate il welfare riducendolo ai minimi storici. Non contenti, questi cancri sociali hanno completamente assorbito, cooptato e represso i movimenti sociali post-68, annullando tutta la loro radicalità.
Nel frattempo, la globalizzazione ha reso i confini completamente malleabili:
quando deve passare la Trinità di grandi capitali, merci e armi, si spalancano; quando tocca alle persone che scappano dalle conseguenze di questa Trinità, allora si chiudono ermeticamente.
Insomma, sembrerebbe che l’1% abbia vinto la lotta di classe.
La teoria marxista, però, è comunque capace di tormentare una classe a cui non manca letteralmente niente. Questo non avviene per caso o per scaramanzia. Tutt’altro.
Il marxismo ha vivisezionato il capitalismo come nessun’altra scienza sociale è riuscita a fare. Già solo descriverlo come una “scienza sociale” risulta riduttivo.
La sua analisi tocca il capitalismo nelle sue radici più profonde e ci dà gli strumenti per comprendere la realtà di oggi (e non solo quella di ieri, come vogliono dirci in tanti, sia da destra che da sinistra).
È per questo che Marx spaventa il potere, dopo più di un secolo e mezzo dalla sua nascita.
In Occidente il Marxismo viene snobbato – spesso anche da parti egemoni del Movimento – in quanto tratterebbe di una società e di un sistema che ormai non esistono più.
In realtà, però, “Il Capitale” di cui parla Marx non è quello dell’800, ma quello di oggi, che “ha conquistato tutti i rami dell’industria” e che obbliga ogni Nazione a seguire le sue dinamiche (o “leggi economiche”, come le chiamerebbe Marx stesso).
Non solo la teoria marxista non appartiene al “capitalismo del passato”, ma anzi anticipa la globalizzazione, il periodo che ha caratterizzato questi ultimi decenni politici.
Oggi più che mai, è fondamentale rileggere queste considerazioni. Se parliamo ancora di una sua presunta “obsolescenza”, è perché la strategia migliore per liquidare la critica marxista è far finta che sia rivolta ad un mondo ormai “fortunatamente superato”.
Se riportassimo Marx in vita, aggiornandolo sullo stato attuale della politica, probabilmente rimarrebbe stupito delle grandi imprese tecnologiche raggiunte in questo secolo e mezzo; ma è vero anche che sarebbe annoiato dalla lentezza con cui il sistema è arrivato a “conquistare tutti i rami dell’industria” e a dominare su tutto il mondo.
Karl sarebbe meravigliato, sì, ma direbbe anche “era ora”.
Ogni movimento politico e sociale in grado di cambiare il Mondo e di conquistare piccoli – ma importantissimi – pezzi di emancipazione collettiva ha dovuto fare i conti con Marx, nel bene e nel male.
Dai movimenti rivoluzionari indigeni a quelli operai del ‘900, dal black-power ai movimenti di liberazione nazionale, dall’ecologismo radicale al femminismo anticapitalista, la Storia è cambiata grazie anche agli importantissimi strumenti teorici e pratici del marxismo.
Tra questi strumenti, citiamo innanzitutto l’approccio materialista, secondo cui le nostre vite sono fondamentalmente il riflesso del nostro posto nella società.
Le modalità più profonde con cui organizziamo i processi di produzione economica e di riproduzione sociale, infatti, danno vita a sistemi economici più grandi di noi, e questi sistemi creano i vincoli entro i quali si muovono le nostre vite.

A seconda di quanto in alto siamo nella gerarchia sociale e della nostra classe di riferimento cambiano le nostre esperienze, dunque i nostri modi di agire e i nostri punti di vista sul Mondo¹ “Non è la coscienza che determina il loro essere sociale, ma al contrario il loro essere sociale che ne determina la coscienza.” Prefazione al Capitale, Marx. .
I continui attriti, tensioni, conflitti e vere e proprie guerre che si generano tra gruppi sociali con interessi economici opposti (schiavi e padroni, patrizi e plebei, signori feudali e servi della gleba, capitalisti e classe operaia) costituiscono la corrente che da energia alla Storia.
Il capitalismo non può scappare dal suo destino. Parliamo di un sistema che, nonostante le sue promesse di libertà, uguaglianza e fratellanza, è diviso tra una classe al potere e una classe oppressa e dunque come tale va trattato, al di là di tutte le romanticizzazioni liberali.
Facendo zoom-in sui dettagli, possiamo analizzarlo nelle sue particolarità, secondo le logiche profonde che lo caratterizzano.
Possiamo comprendere a pieno come possa essere simultaneamente responsabile sia di tutte le grandi conquiste tecnologiche degli ultimi 300 anni che delle peggiori atrocità coloniali e genocide mai commesse dall’umanità.
Soprattutto, possiamo ricondurre le origini del sistema più ricco della Storia allo sfruttamento e all’oppressione della stragrande maggioranza della popolazione, che gode solo in minima parte di questa enorme ricchezza.
È inutile passare in rassegna tutti gli aspetti del capitalismo toccati da Marx, perché il marxismo non è una religione, ma una metodologia di indagine, decostruzione e critica del sistema in cui viviamo. Finché si seguono i suoi assunti di base, niente è immune alla critica marxista.
Dall’analisi dell’apparato produttivo alle dinamiche cicliche dell’economia, dallo studio delle complesse interconnessioni tra politica, cultura e tecnologia alla sua coerente meta-narrazione della Storia, la critica marxista è totale.
Le conclusioni di questa critica sono innumerevoli e stimolanti, ma ce ne sono due in particolare che più di tutte le altre fanno tremare la classe al potere.
La prima è che il peggior nemico del capitalismo è il capitale stesso.
Oltre a causare crisi ricorrenti, le logiche di profitto e la competizione portano inevitabilmente allo sviluppo di nuove tecnologie capaci di abbattere i costi e sconfiggere i propri competitor.

Più l’intensità di capitale aumenta, più ci si avvicina nel campo dell’automazione, che minaccia di abbassare a 0 i margini di profitto dell’1%² È l’Economia che Cambia il Mondo di Yanis Varoufakis è un ottimo testo e spiega eloquentemente questa dinamica. .
Nell’inseguimento ossessivo delle logiche di profitto, dunque, il capitale crea un mostro più grande di sé: l’abbondanza.
Il capitale cerca di reprimere questo mostro in tutti i modi per provare ad intrappolare questo mostro nei limiti delle logiche di profitto.
Ma tutto ciò non potrà durare per molto.
La seconda conclusione è che la classe al potere dà il meglio di sé solo quando il suo potere viene seriamente minacciato dal basso.
Solo quando le classi oppresse aumentano l’intensità della lotta di classe – attraverso scioperi, battaglie politiche nelle Istituzioni, manifestazioni, occupazioni del posto di lavoro e altro ancora – i capitalisti sono costretti a tirare fuori performance eccezionali per tenere a bada i venti della rivolta.
Le migliori performance economiche del capitalismo, nonché il “progresso” di cui si vantano tanto le élite e i suoi burattini, sono frutto delle lotte delle classi oppresse.
Da questo punto di vista, il capitale è dipendente dal conflitto sociale, e il suo potere marcisce se vige incontrastato per troppo tempo.
Oggi questa dinamica è sotto i nostri occhi: è dagli anni ‘80 che il capitale ha vinto la lotta di classe, e da allora tutto ciò che abbiamo ricevuto in cambio è stato crisi, devastazione ambientale e disuguaglianze economiche vertiginose.
Marx ci mette in guardia contro chi ci dice che bisogna uscire dal capitalismo rifugiandosi in “spazi intatti”, o cercando la soluzione nei periodi precedenti a quelli della Rivoluzione Industriale.
Il nostro compito è quello di sfruttare la dipendenza del capitale dal conflitto, premere sull’acceleratore e lasciar strabordare la spinta propulsiva delle lotte dal basso verso l’alto.
Solo investendo in questa lotta possiamo superare i limiti del capitalismo, impossessarci collettivamente del suo apparato produttivo e riprogrammarlo per liberare abbondanza e benessere comune.
Nessun hacker è in grado di paralizzare un sistema di cui non conosce il funzionamento. E l’1%, che il sistema lo controlla da anni, lo sa bene. Per questo è ossessionato – spesso anche inconsapevolmente – dallo spettro di Marx.
Noi abbiamo il compito di inserirci nelle mille contraddizioni del capitalismo, di rosicchiarle da tutti i lati facendone crollare i punti di appoggio.
Abbiamo il compito di capire come opera la macchina quando è in crisi, quando è nella fase di recupero e quando invece è in quella di feroce accumulazione.
Purtroppo, il fantasma di Marx da solo non riesce a farci superare il marciume del capitalismo ed aprire le porte del Regno dell’Abbondanza.
Assumerlo come Consigliere del Movimento, però, potrebbe essere un ottimo punto di partenza per una nuova stagione di lotte dal basso.